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Francesco Lanza tra socialismo e fascismo

Francesco Lanza
Francesco Lanza
Francesco Lanza

Com’è noto, nel 1921, Francesco Lanza è tra i fondatori della sezione socialista di Valguarnera della quale viene eletto segretario. A lui sono attribuibili tre corrispondenze pubblicate sul settimanale provinciale nisseno di quel partito, che ci lasciano intendere quale tipo di socialismo il ventiquattrenne futuro scrittore abbia in mente. Vi si possono leggere affermazioni quali: “Socialismo vuol dire: Vittoria”, “L’avanzarsi del socialismo fa passi da gigante” o “La nostra critica è fondata a priori, ed è sistematica”, affermazioni che alludono a incrollabili certezze piuttosto deterministe. Nel paese, opera con successo il partito Popolare di Sturzo, è ben radicato quello Democratico di Cascino e si registra la presenza di esponenti radicali di primo piano. Sono forze che potremmo definire progressiste, nei confronti delle quali, tuttavia, i socialisti sostengono di essere alternativi. Si tratta, in buona sostanza, di elementi che ci fanno pensare a un socialismo più ideologico che politico o, se si preferisce, al “socialismo senza storia” che Leonardo Sciascia attribuisce a Lanza. Una visione, vien fatto di aggiungere, fondata sulla rigidezza piuttosto che sulla duttilità delle costruzioni antisismiche, soggetta al vacillamento e al rischio di crollare rovinosamente al suolo.

A ridosso del Natale di quell’anno, Lanza afferma che forse «scriverà di politica» sul settimanale socialista, andando, quindi, al di là delle semplici corrispondenze. Non ne farà nulla, troverà più opportuno buttarsi sui libri per finire gli studi di Giurisprudenza. Meno di un anno dopo, si laurea a Catania con una tesi sul socialista libertario Pierre-Joseph Proudhon. Risale a quei giorni l’incontro con il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938) che insegna nell’Università etnea. É una sorta di colpo di fulmine. Il professore, che ha in programma la stesura di un manuale per l’alfabetizzazione degli adulti dell’isola, affida al giovane valguarnerese la parte letteraria del volume; successivamente, incaricato dal ministro Gentile (la marcia su Roma è appena avvenuta) di occuparsi dei programmi delle scuole elementari, il pedagogista è costretto ad affidare al valguarnerese la stesura dell’intero “Almanacco per il popolo siciliano”.

Le riflessioni sull’argomento sono centrali nell’itinerario intellettuale lanziano. Le troviamo, nel luglio del 1923, sul “Popolo”, l’organo ufficioso del partito di Sturzo. Francesco individua il nemico: “la borghesia rurale siciliana, la turba di farmacisti, avvocati e cavalieri, angusta ed estranea, che non ha né grandi ideali civili e politici, né una visione cristiana della vita”, e vi mette in luce lo strumento atto all’alfabetizzazione dei contadini: una “letteratura popolare di cui assolutamente manchiamo” che sappia innestarsi nella meravigliosa tradizione isolana fatta di leggende, storie, ecc. I “Mimi”, come si vede, sono dietro l’angolo.

Mentre si trova a Roma per seguire la composizione dell’“Almanacco”, Lanza viene presentato ad Ardengo Soffici (1879-1964) il quale, abbandonata la dimensione europea, aveva abbracciato con convinzione un nazionalismo fascista cui non era estranea una venatura ruralista. È un nuovo colpo di fulmine che spinge il giovane siciliano a scrivere all’amico Aurelio Navarria: “Tu non sai che anima grande egli abbia; io l’amo come te, come mio fratello Giovanni, come mia madre: ha per me una bontà inaudita e una benevolenza infinita”.1 Soffici accetta di illustrare il libro che Lanza sta realizzando, suggerisce il titolo di “Mimi” ai racconti che il giovane amico gli propone e, essendo un influente redattore del mussoliniano “Corriere Italiano” e del suo mensile “Galleria”, fa pubblicare dagli stessi organi non pochi degli articoli relativi alla cultura popolare siciliana che il Nostro scriveva in quei giorni.2

Soffici, per dirla con Francesco, è “un altro innamorato del popolo”, ma c’è davvero sintonia tra i due?  L’“Almanacco”, voluto dall’allora fascista Lombardo Radice e condiviso da Soffici, è portatore di una cultura paternalista: Lanza, per fare qualche esempio, vi invita il contadino siciliano a “non desiderare di fare il passo più lungo della gamba” a “non chiedere all’avvenire grazie impossibili”. Siamo lontani, com’è stato notato, dal feroce universo contadino dei “Mimi”. Ma siamo altrettanto lontani da ogni visione socialista. Un altro amico di Lanza, Elio Vittorini, dirà che i giovani della sua generazione erano “disposti al socialismo e al fascismo nello stesso tempo. E l’ambivalenza del loro animo favorì l’affermazione del fascismo. È sempre tanto più facile lasciarsi prendere da una corrente che resistervi”. Tanto più se si ha una forte vocazione letteraria rafforzata dal desiderio di non trascorrere la propria vita facendo l’avvocato di paese, aggregato a una meschina borghesia che usa come principale metro di misura delle persone “le salme di terra possedute”. Valguarnera, l’amato paese, resta il centro del mondo lanziano. Questo amore è. però, fonte di una sorta di dolorosa schizofrenia: “Non posso vivere né con te, né senza di te”, per dirla con Ovidio.

Nel 1927, Lanza ritorna a Roma per collaborare al fascistissimo “Tevere”. Era già iscritto al PNF? Secondo Soffici (che probabilmente ricorda male), Francesco, ex combattente, era fascista sin dal 1923. È innegabile che nel quotidiano di Interlandi egli metta in atto una deriva reazionaria, come, per esempio, fanno fede i servizi antisemiti dalla Romania. Due anni dopo, è lo strappo. Lanza desidera rompere con l’ingranaggio del giornalismo che lo condanna a una frustrante routine e a una scrittura che trova superficiale? O era stato “stomacato”, come sostiene Corrado Sofia, dalle “istruzioni e le direttive delle veline ministeriali” cui bisognava attenersi? La rottura col fascismo non ha, però, luogo. Nel 1931, egli scrive all’amico Navarria di sentirsi “mussoliniano”. É scettico, non crede né alle rivoluzioni, né alla democrazia. Il fascismo è intessuto di violenza verbale, di retorica, di ingiustizie, di fame popolare, ha valorizzato “buffoni, cialtroni e coglioni”, ma fa anche cose buone come le bonifiche. Spera di poter scappare dalla trappola valguarnerese. Ma se avesse dovuto abbandonare la speranza di farlo, avrebbe brigato per diventare segretario politico o podestà del paese al fine di vedere se “con un po’ di fascismo bene applicato” non sarebbe stato possibile insegnare un po’ di civiltà “ai villanzoni del circolo, dei feudi e delle farmacie”.

Questo “fascismo ben applicato” assomiglia non poco al «modo antifascista di essere fascista» di Elio Vittorini, un fascismo che si rifà a quello antiborghese delle origini, incompatibile col regime che andava affermandosi. Lanza muore nel 1933. Il suo viaggio attraverso il fascismo era stato tutt’altro che lungo. Nel corso degli anni successivi, gran parte degli intellettuali della sua generazione avrebbe toccato con mano la cartapesta che si celava dietro l’immagine che il fascismo amava dare di sé. Ci si può legittimamente domandare se anche Francesco avrebbe fatto la stessa esperienza, pervenendo, magari, come il suo amico Vittorini, all’antifascismo militante e alla Resistenza.

Enzo Barnabà

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Note

  1. Ci si potrebbe chiedere se a questa affettuosa percezione di Soffici non sia estranea la ricerca della figura paterna, avendo Francesco perduto il padre all’età di 17 anni. Lo stesso forse anche per quanto riguarda Lombardo Radice.
  2. È probabilmente opportuno ricordare che il direttore del “Corriere Italiano”, Filippo Filippelli, nel giugno 1924 noleggerà e fornirà agli assassini l’auto con la quale venne rapito Giacomo Matteotti.

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Francesco Lanza, un intellettuale a cavallo tra socialismo e fascismo - La Sicilia 9-novembre-2025
Francesco Lanza, un intellettuale a cavallo tra socialismo e fascismo – La Sicilia 9-novembre-2025

Francesco Lanza

Articolo tratto dal sito su Francesco Lanza, a cura di Enzo Barnabà

Progetto promosso e finanziato da: MyManagement Aps

http://francescolanza.altervista.org/


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