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Parco Minerario Floristella Grottacalda

Palazzo Pennisi - Parco Minerario Floristella Grottacalda
Parco Minerario Floristella Grottacalda
Parco Minerario Floristella Grottacalda

l parco minerario di Floristella-Grottacalda è un parco minerario siciliano, che si estende su una vasta area situata sulla confluenza delle superstrade che collegano Enna, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe e Aidone. È uno dei più importanti esempi di archeologia industriale del Mezzogiorno ed è gestito dall’omonimo ente parco, istituito con legge della Regione siciliana nel 1991. Tutta l’area di 400 ettari è sottoposta ai vincoli di tutela ambientale.


Ricerche storiche, iconografiche ed elaborazioni testi a cura di Salvatore D’Angelo



L’Ente Parco Minerario Floristella Grottacalda

Come raggiungere il Parco Minerario Floristella Grottacalda

  • Dall’Autostrada PA-CT (Provenendo da Palermo) uscire allo svincolo autostradale di Mulinello, proseguire per Valguarnera e Piazza Armerina seguendo la segnaletica “Parco Minerario Floristella Grottacalda” sino ad incontrare il cartello segnaletico che indica l’ingresso al Parco;
  • Dall’Autostrada CT-PA (Provenendo da Catania) uscire allo svincolo autostradale di Dittaino, proseguire per Valguarnera e Piazza Armerina seguendo la segnaletica “Parco Minerario Floristella Grottacalda” sino ad incontrare il cartello segnaletico che indica l’ingresso al Parco;
  • Da Enna, seguire le indicazioni per Pergusa, proseguire per la S.P. Turistica.
  • All’incrocio con la S. P. 4 seguire la direzione Valguarnera seguendo la segnaletica “Parco Minerario Floristella-Grottacalda” fino al cartello di ingresso al Parco;
  • Da Piazza Armerina, seguire la direzione Autostrada A19, percorrere la S.P.4 fino al cartello posto all’ingresso.

Orari di visita:

da lunedì a sabato tranne i festivi dalle ore 8,00 alle ore 14,00.

è gradita prenotazione.
Visite guidate da effettuarsi in orari e giorni diversi devono essere concordate
preventivamente.

Foto loghi istituzionali

Il Parco è gestito da un ente di diritto pubblico con sede nella ex miniera Floristella, in territorio di Enna. Fanno parte dell’Ente: la Regione Siciliana, l’ex Provincia Regionale di Enna ed i Comuni di Enna, Aidone, Piazza Armerina e Valguarnera.
L’Ente ha il compito di provvedere alla gestione del parco minerario al fine di perseguire, la protezione, conservazione e difesa del complesso minerario zolfifero, del paesaggio e dell’ambiente naturale dell’area circostante, favorendo le attività culturali, ricreative e turistiche per una riscoperta della “cultura mineraria”.
Durante l’anno si organizzano una serie di manifestazioni che attirano numerosi visitatori: 1° Maggio Ennese, Giornata Nazionale delle Miniere, i primi di ottobre Giornata nazionale delle Famiglie al Museo, 5 dicembre Festa di Santa Barbara, patrona dei Minatori.

Eugenio D’Amico fu il Primo Direttore delle Miniere di Floristella (vedi )

Panoramica – Foto n. 1 – Foto n. 2

Panoramica delle Miniere di Floristella (EN)
Panoramica delle Miniere di Floristella (EN)
Vista della miniera di Grottacalda in una foto del 1905.
Vista della miniera di Grottacalda in una foto del 1905.

Il Parco si sviluppa su una superficie di 400 ettari, su un ampio bacino zolfifero che comprende da est ad ovest anche le zolfare di Gallizzi e Grottacalda.


Mappa

Carta del Parco Minerario Floristella Grottacalda
Carta del Parco Minerario Floristella Grottacalda

Il percorso di visita secondo l’interesse individuale del visitatore interessa due nuclei: un’area più ristretta dove ricadono gli impianti dell’ultima fase temporale dell’industria estrattiva zolfifera, costituita essenzialmente da tre pozzi, con la presenza dominante di Palazzo Pennisi; e una parte più estesa, limitrofa alla contrada Gallizzi, in cui sono visibili i resti delle strutture esterne di un pozzo verticale e numerose imboccature di gallerie semiverticali dette “discenderie”, testimonianza dell’attività estrattiva dal 700’, fino alla fine dell’800’.

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Cenni Storici

Cristalli di zolfo estratti da Floristella
Cristalli di zolfo estratti da Floristella

Lo zolfo era conosciuto sin da tempi remotissimi, il filone zolfifero che ricade nel territorio di Floristella fu scoperto nella seconda metà del 700 per un casuale franamento.

Mappa delle Miniere di Floristella (EN)
Mappa delle Miniere di Floristella (EN)

Carta del Parco Minerario Floristella Grottacalda

Carta del Parco Minerario Floristella Grottacalda
Carta del Parco Minerario Floristella Grottacalda

Leggenda

  1. Palmento/Parcheggio
  2. Stazione Ferroviaria
  3. Edificio Minerario (sede del Parco)
  4. Palazzo Pennisi
  5. Abbeveratoio con captazione ipogea
  6. Pozzo Minerario (n°3 o “Pozzo Nuovo)
  7. Pozzo Minerario (n°1)
  8. Pozzo Minerario (n°2)
  9. Area di fusione dello zolfo (Forni Gill – Calcheroni)
  10. Ex Dopolavoro – Alloggi dei minatori
  11. Sorgente acqua sulfurea (Rio Floristella)
  12. Discenderia riapereta
  13. Discenderia riapereta
  14. Maccalube (Vulcanelli di Fango)
  15. Affioramento di gessi
  16. Pozzo Minerario (San Giuseppe c/da Gallizzi)
  17. Abitazione scavata nei calcari

Il feudo di Floristella, appartenuto all’ordine Gesuitico sino al dicembre 1767, data della loro espulsione per mano di re Ferdinando III di Borbone, fu acquistato dal Maestro Notaio della Corte giuratoria di Acireale, Salvatore Pennisi, l’ 11 gennaio 1782.
Lo sfruttamento sistematico della miniera cominciò ancor prima che fosse rilasciato il permesso di “aperiatur”, che avvenne nel 1825.
Testimonianza della attività estrattiva a Floristella già dalla seconda metà del ‘700 sono i ruderi di un vecchio pozzo verticale, probabilmente a trazioni animale, denominato Pozzo San Giuseppe o pozzo Vecchio.

La Via del Mosto
La Via del Mosto
Vecchio Pozzo - Miniere di Floristella (EN)
Vecchio Pozzo – Miniere di Floristella (EN)

I baroni Pennisi, proprietari della miniera Floristella, la diedero in gabella a diversi imprenditori, l’ultimo di questi fu l’ing. Ciro Lo Meo che la gestì sino al passaggio degli impianti all’Ente Minerario Siciliano, avvenuto nel 1963. La chiusura definitiva avvenne nel 1986.
Floristella fu considerata una delle miniere più importanti del Distretto Minerario di Caltanissetta, al quale apparteneva. Lo zolfo che vi si produceva era di una purezza tale da avere determinato uno standard davvero insuperabile e corrispondente alla migliore qualità disponibile sul mercato.

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La Via Del Mosto

Palmento - Miniere di Floristella (EN)
Palmento – Miniere di Floristella (EN)

All’ingresso del Parco s’incontra il primo stabile, l’Ex Palmento della famiglia Pennisi, proprietaria del feudo di Floristella. Il Palmento, posto a monte di Palazzo Pennisi, si collega con lo stesso attraverso una lunga e suggestiva scalinata in pietra.

Foto via del mosto

Si narra, che anticamente ai bordi della scalinata esistesse una canaletta in cotto che, dopo la pigiatura dell’uva, lasciava scivolare il mosto raggiungendo le cantine del palazzo dove erano custodite le botti.

Foto cantina


Palazzo “Pennisi”

Palazzo Pennisi - Parco Minerario Floristella Grottacalda
Palazzo Pennisi – Parco Minerario Floristella Grottacalda

Palazzo Pennisi che domina l’area mineraria di Floristella, sottoposta a vincolo etno-antropologico è un manufatto di notevole pregnanza architettonica e rappresentativo per tutto il complesso minerario, destinato a divenire museo della civiltà mineraria siciliana.
L’edificio edificato nel corso del XIX secolo da don Angelo Pennisi barone di Floristella, come residenza estiva della famiglia, ha un impianto architettonico tipico delle “casine” nobiliari di campagna della Sicilia orientale.
palazzo pennisi
Il manufatto, probabilmente progettato dall’architetto toscano Mariano Falcini, stesso progettista della residenza principale di Acireale della famiglia Pennisi, in sobrio e lineare stile “neoclassico” ha fronti perfettamente simmetrici, definiti da cantonali in pietra bianca che scandiscono la partitura dei prospetti.

Portici_1_2_3

Ai piedi del volume edilizio principale si contrappongono i vuoti delle zone porticate angolari con effetti luminosi singolari, ancor più nel portale d’ingresso, grazie al sistema a doppio ordine di lesene a timpano sommitale.

Foto Lesene

La costruzione ha subìto, con la messa a regime dell’attività estrattiva, diversi interventi che hanno modificato la distribuzione interna originaria, dovendo accogliere, oltre alle funzioni di residenza per cui era stata progettata, anche quella di amministrazione dell’attività della miniera.

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Impianto Architettonico.

Floristella, Palazzo Pennisi - Pianta Piano Interrato
Floristella, Palazzo Pennisi – Pianta Piano Interrato

La struttura dell’edificio è caratterizzata da un corpo principale rettangolare delle dimensioni di 43,00 x 15,00 ml circa, al quale organicamente, lungo l’asse longitudinale del prospetto di sud-est, si innestano due ali.
L’edificio si sviluppa su un piano interrato che interessa una parte del corpo di fabbrica, due elevazioni fuori terra di cui il secondo è il piano nobile, e da un piano sottotetto in uso alla servitù.
Il fabbricato ha una configurazione simmetrica nello sviluppo dei prospetti.
La rigida simmetria dei fronti trova conferma nell’impianto planimetrico ma no in quello distributivo e funzionale.
Foto pianta palazzo
Nel piano nobile il corpo di fabbrica presenta degli arretri in corrispondenza delle ali del fabbricato, che si realizzano in terrazze e sono poste ai quattro angoli del palazzo. Al piano terra gli arretri di cui sopra fungono da zone porticate. La copertura a falde ha una configurazione a padiglione.

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Struttura tipologica ed insediativa.

La struttura tipologica del fabbricato è condizionata dalla rigida simmetria d’impianto, anche se ha subito delle trasformazioni derivanti dalla realizzazione di spazi con diversa destinazione d’uso e qualità architettoniche. L’asse centrale, riferito agli ingressi principali al palazzo, costituisce elemento e fulcro baricentrico del sistema distributivo dell’intero manufatto architettonico.
Tale centralità costituita da uno spazio ottagonale voltato, funge da elemento di diversificazione delle funzioni del fabbricato, a sinistra l’ala monumentale-rappresentativa e a destra l’ala funzionale e di servizio. La diversa destinazione d’uso trova riscontro nella presenza di elementi architettonici “forti” quale lo scalone di accesso al piano nobile e la cappella.

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Consistenza strutturale

Foto sotterranei_1_2_3_4
Foto sotterranei_5_6
Il fabbricato ha strutture portanti in muratura continua di materiale calcareo, gli orizzontamenti sono rappresentati da volte reali in gesso e pietrame sulle quali è posta la cappa di supporto della pavimentazione. La copertura ha strutture portanti principali e secondarie in legno con sovrastante manto di copertura. Gli spazi porticati hanno orizzontamenti a volta in mattoni pieni. Le strutture del piano interrato sono costituite da murature continue in pietra delle quali sono presenti delle intercapedini che permettono la ventilazione e l’illuminazione dello stesso, mentre gli orizzontamenti sono costituite da strutture a volta a tutto sesto realizzate in pietra squadrata.

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Elementi architettonici.

Foto Atrio _1
L’Atrio d’ingresso, situato in zona baricentrica nel corpo di fabbrica, costituisce l’elemento di snodo distributivo e funzionale del palazzo. Ad impianto ottagonale, definito spazialmente da una cupola impostata sui lati del poligono di base, ha lungo l’asse longitudinale immediata contiguità con la scala di accesso al piano nobile e allo spazio di disimpegno dell’ala destra, e, lungo l’asse trasversale, altrettanta contiguità con i due portali monumentali d’accesso alla costruzione.
Nei restanti quattro lati, le aperture arcuate sormontate da oblò si concludono con sistemi voltati ad unghia, costituendo accessi ai dei locali immediatamente prossimi all’atrio. Le stesse valenze architettoniche si riscontrano nello spazio di arrivo alla scala monumentale, accentuate dalla presenza del lucernario che ne sottolinea e rimarca, grazie alla luce zenitale, la densa spazialità architettonica.
La Cappella, posta nell’ala sinistra del monumento ha anch’essa impianto ottagonale con altezza interna pari allo sviluppo di due piani del fabbricato, la struttura di copertura voltata impostata su una cornice modanata segue lo sviluppo perimetrale dell’aula.
Riprende concettualmente l’immagine architettonica dell’atrio, mostrando archi con valenze monumentali in corrispondenza degli assi principali di cui tre risultano murati e il restante ospita l’altare. Nei restanti quattro lati sono anche qui presenti altrettante aperture architravate con sopraluci attualmente murati.

Foto Cappella_1_2
Lo scalone monumentale (trafugato dopo l’abbandono della Miniera, oggi in fase di restauro) rappresenta il momento di transizione tra il piano nobile e gli spazi del piano terra. Di notevole rilevanza planimetrica, si caratterizza per la presenza di elementi architettonici e spaziali significativi, quali il pianerottolo intermedio con sviluppo ad esedra la cui copertura ha configurazione a botte, mentre la copertura delle rampe è a volta ellittica, sormontata anch’essa da un lucernario ellittico.

Foto lucernario _1_2 pianerottolo_3

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I Pozzi

Dalla seconda metà del 1800 soprattutto in quelle miniere dove l’estrazione avveniva a notevole profondità, per estrarre lo zolfo cominciarono ad essere introdotti i primi piani inclinati con sistemi di carreggio e i pozzi verticali d’estrazione completi di castelletti e argano. Quest’ultimi rappresentarono una grande evoluzione tecnologica del sistema estrattivo sostituendo le vecchie e pericolose discenderie, i primi castelletti erano in legno, poi via via se ne costruirono in muratura ed infine in acciaio.
Castelletto il legno
Nella miniera di Floristella troviamo 3 pozzi di estrazione

Il pozzo n. 1

Foto Pozzo 1 vecchio
La torre del manufatto in questione, risalente alla fine del XIX secolo, è realizzata in pietra ed alla sommità si trova l’impianto di trasporto costituito da argani.
Inizialmente l’impianto serviva per l’estrazione del minerale e per il transito del personale; in seguito con l’evolversi del reticolo minerario, fu utilizzato solo per la ventilazione delle gallerie.
Attorno alla struttura del pozzo, esistono altri manufatti, utilizzati a suo tempo come officina, falegnameria ed altri edifici di supporto all’attività estrattiva. Non vi è più traccia della sala argano.

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Il pozzo n. 2

Foto Pozzo 2 in legno
Foto pozzo e in acciaio
Foto argano2_a_b_c

Il pozzo n. 2 è il più antico dei tre costituenti il “nucleo nuovo” della Miniera Floristella. Fu realizzato tra il 1868 e il 1878 con il castelletto in legno, successivamente sostituito con quello in ferro, visibile ancora oggi assieme alle carrucole e funi per la discesa e risalita delle gabbie che trasportavano sia il minerale estratto, sia i minatori.
Dirimpetto al pozzo si può vedere la sala argano, manufatto in muratura dove al suo interno è ancora custodita la base del motore elettrico dell’ argano a due tamburi cilindrici


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Pozzo n. 3

Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,
Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,
Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,
Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,
Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,
Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella,


Il pozzo nuovo o pozzo n. 3 della Miniera Floristella, è l’ultimo ipogeo estrattivo realizzato prima della cessazione definitiva di ogni attività mineraria. Di recente costruzione, risale agli anni ’70, è profondo 222 metri, di cui 4 m. di puisard (livello di raccolta delle acque) con un diametro di 3,5 metri; le sue pareti sono rivestite con blocchetti di calcestruzzo vibrato, e per tutta l’estensione verticale, è servito da una scala d’emergenza in ferro che si avviluppa seguendone la circonferenza.
foto Disegno pozzo 3
Per ragioni di sicurezza l’Ente che esercì per ultimo la miniera, ricolmò il pozzo con materiale sciolto (verosimilmente un misto di pietrame), ponendo in opera, a livello del piano di campagna, una soletta in conglomerato cementizio.

Filmato rovescello documentario da 17,54 a min. 18,00
Il castelletto in acciaio dell’impianto d’estrazione, fa corpo ad una sala argano dotata di macchinari tecnologicamente avanzati rispetto agli altri pozzi minerari esistenti nella zona. Difatti a corollario dell’impianto principale, esiste tutto un sistema di trasporto del minerale, costituito da binari e vagoncini, meccanismi di rovesciamento per la vuotatura degli stessi, nastri trasportatori, impianto per la vagliatura e silos contenitori del tout-venant di cava da cui successivamente sarà separato lo zolfo mediante il processo di fusione.

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Sala Argano

Foto sala argano_1_2_3

Grottacalda - Miniera di zolfo - Pozzo Mezzena - Argano
Grottacalda – Miniera di zolfo – Pozzo Mezzena – Argano


Il fabbricato della sala argano ha le dimensioni esterne di m. 12 x 18 ed è realizzato con struttura portante in profilati di ferro e tompagnatura in mattoni pieni di laterizio; il fronte ovest presenta un’ampia apertura per il passaggio delle funi; la copertura è a due falde.
L’impianto di estrazione del pozzo n. 3 è costituito da un argano Siemag a due tamburi cilindrici del diametro di m. 2 azionato da un motore elettrico trifase da KW 250 V 500 giri/1′ 1.000, con una capacità estrattiva di 25 t/h. A servizio dell’argano è installato un compressore Atlas BT da lt. 3.000.
filmato trasporto gabbie ascensore documentario ugo saitta da min 2,23 a 2,53
Il castelletto d’estrazione è realizzato con profilati di ferro ed è alto m. 27,90. L’impianto ha in dotazione due gabbie in ferro e due funi d’acciaio da mm. 34. L’intero impianto d’estrazione è stato realizzato negli anni settanta quando il pozzo n. 1 ha cessato l’attività estrattiva.
Foto Forgia – Lampisteria – Officina meccanica

Nelle adiacenze del pozzo minerario insistono, da ovest verso est, la sala compressori, la falegnameria, l’officina meccanica (oggi trasformata in parte in sala convegni), i locali spogliatoio dei sorveglianti e, staccato dal resto, un locale in muratura che ospita un gruppo elettrogeno da servire in emergenza per l’argano.
Sull’altro lato del pozzo insiste l’infermeria e un ampio spiazzale sopraelevato in cui si trovavano altri manufatti adibiti a locali spogliatoio degli operai, oggi non più esistenti.

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L’Area di Fusione dello Zolfo

Lo zolfo non si rinveniva nel sottosuolo allo stato puro, bensì frammisto con materiale inerte dal quale bisognava separarlo.
Tale selezione avveniva con la somministrazione di calore e sfruttando il diverso punto di fusione dei minerali.
Foto calcheroni

I calcaroni sono dei particolari forni di fusione del minerale di zolfo estratto dalle miniere che hanno lo scopo di separare lo zolfo puro dalle impurità
I calcaroni sono dei particolari forni di fusione del minerale di zolfo estratto dalle miniere che hanno lo scopo di separare lo zolfo puro dalle impurità


Infatti, lo zolfo fonde ad una temperatura relativamente bassa (intorno ai 116 °C) e liquefacendosi si separa dal resto della ganga che rimane allo stato solido.
La fusione dello zolfo sprigionava acido solforico che, disperso nell’aria, non solo provocava danni ai lavoratori, ma anche all’ambiente circostante che a causa delle piogge acide rendeva i terreni aridi e improduttivi. Dagli archivi dell’intendenza di Girgenti (Agrigento) e Caltanissetta sono stati rinvenuti una serie di regolamenti, che, comunque, non riuscirono, ad eliminare il problema.

I metodi di fusione utilizzati nella miniera di Floristella sono stati: i calcheroni e i forni Gill. Di cui significative testimonianze sono state rinvenute e recuperate.

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I Calcheroni

Foto calcherone _1_2_3_4

I calcaroni sono dei particolari forni di fusione del minerale di zolfo estratto dalle miniere che hanno lo scopo di separare lo zolfo puro dalle impurità
I calcaroni sono dei particolari forni di fusione del minerale di zolfo estratto dalle miniere che hanno lo scopo di separare lo zolfo puro dalle impurità


Il metodo di fusione più antico, in uso fino alla prima metà dell’800, era quello delle calcarelle, cumuli interrati di circa 2 metri cubi, ai quali si dava fuoco ricavando zolfo con un rendimento massimo del 30 per cento
Le calcarelle (che presero il nome dalla somiglianza con le fornaci da calce) con l’esperienza crebbero in dimensione, facendo rilevare un miglioramento della resa percentuale del sistema.
Fu quindi messo a punto il calcherone, forno concettualmente simile al precedente ma più grande e caratterizzato da un netto aumento della produttività.
La costruzione del calcherone richiedeva poche elementari cautele: bastava individuare una porzione di terreno ben riparata dai venti e poco distante dall’ingresso dei pozzi d’estrazione. Su un’area di forma circolare, con una base in leggera pendenza si costruiva la parete esterna che individuava forme e caratteristiche di questo impianto di fusione senza copertura.
In corrispondenza del punto più basso del fondo si trovava la “la bocca della morte”, ovvero il punto di comunicazione tra l’interno e l’esterno da cui fuoriusciva lo zolfo liquefatto.

Filmato documentario da min 13,07 a 14,05
La capacità del calcherone variava da 60 a 2000 mc. Il forno doveva essere caricato con particolare cura, sovrapponendo gli strati di materiale in maniera da lasciare degli spazi utili per convogliare lo zolfo fuso verso la “morte”. Negli strati inferiori si mettevano i pezzi di minerale più grossi, poi quelli più minuti ed infine i “panotti”, costituiti dalle polveri di minerale impastato con acqua.
La parte del carico che fuoriusciva dalle pareti assumeva la forma di cono infine coperto con “ginisi”, materiale residuo di altre fusioni. Il principio base era quello di una combustione che si alimentava bruciando parte dello zolfo contenuto nella massa di minerale.
Gli operai che si occupavano del caricamento e quelli che curavano le fasi della fusione, “riempitori” e “arditori”, erano figure determinanti per la buona riuscita delle operazioni. L’arditore provvedeva all’accensione con frasche impregnate di zolfo inserite in punti particolari del calcherone, così iniziava lentamente la fusione che si protraeva per 20-30 giorni.
Al termine della fusione, che l’operaio constatava attraverso il calore raggiunto dalla parete della “morte”, quest’ultima veniva forata ed iniziava la colatura dello zolfo liquido che andava a riempire delle forme di legno sagomate a tronco di piramide. Il contenuto delle forme solidificava in “pani” del peso di circa 75 kg, rappresentando il prodotto finito delle lavorazioni.
I pani di zolfo, chiamate “balate” nella dizione dialettale, venivano accatastati in apposite aree di stoccaggio e poi trasportati ai luoghi di smercio o d’imbarco.

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I Forni GILL

Filmato documentario da min. 14,45 a 15,03
Il sistema messo a punto dall’Ing. Roberto Gill nel 1880 continuamente perfezionato, fu, diversamente dal calcherone, ben più significativo e razionale.

Il sistema messo a punto dall'Ing. Roberto Gill nel 1880 continuamente perfezionato, fu, diversamente dal calcherone, ben più significativo e razionale.


Esso si basava sul concetto che il calore prodotto dalla fusione dello zolfo poteva essere utilizzato per preriscaldare il materiale da fondere in seguito.
Nella prassi industriale il recupero di calore trovò applicazione nella costruzione di un forno a camere comunicanti (2 o più) in cui i fumi di combustione della prima cella, piuttosto che essere indirizzati all’esterno, erano convogliati nella seconda cella la cui accensione avveniva successivamente.
Si mise in pratica una “macchina” che rendeva programmabile la produzione, che determinava dei ritmi e dei tempi precisi, che si basava su un elementare principio di risparmio energetico.
Il forno Gill, pur funzionando come il calcherone, aveva il vantaggio di essere sottratto agli agenti atmosferici, trattandosi di un sistema chiuso e protetto da tettoie; poteva pertanto essere utilizzato tutto l’anno, mentre i calcheroni, almeno a Floristella, venivano prevalentemente utilizzati con la buona stagione, dove le piogge avevano minore intensità.
Con la messa in funzione contemporanea di tutti i sistemi di fusione, la produzione giungeva al suo massimo determinando, quindi, la “stagionalità” del personale, con la migrazione di mano d’opera dagli altri lavori alla zolfara e viceversa.

funzionamento tipo di un forno Gill con quattro celle


Foto forni gill – foto funzionamento forno Gill
Nella Figura a fianco è schematizzato il funzionamento tipo di un forno Gill con quattro celle.
Se la cella C1 è motrice (cella che ha finito il processo di fusione ed è in raffreddamento) l’aria entra dal foro F1, transita in C2 (in fusione, foro di colata F2 aperto) riscaldandosi, passa in C3 cedendo il calore al minerale ivi contenuto ed è pronto per la fusione successiva. La cella C4 è esclusa dal circuito ed è in fase di carico.
Il percorso dei fumi è regolato da un sistema di valvole disposte lungo i condotti sino all’uscita dal camino.
Ultimata l’uscita dello zolfo fuso dalla cella C2, questa diventa motrice e viene esclusa dal circuito la cella C1 entra nella fase di scarico e ricarico; nel frattempo C4 è stata caricata ed introdotta nel circuito, il sistema si ripete sulle celle C2, C3 e C4 e così di seguito.

All’interno del parco, in contrada Gallizzi, si possono osservare i ruderi di una rara e straordinaria testimonianza di sperimentazione dei forni Gill. come potete osservare dalle immagini, sI tratta appunto di due celle costruite in pietra collegate fra loro da un canale che aveva la funzione di trasmettere il calore da una cella all’altra.
filmato da min 14.06 a min 14,22

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Il Dopolavoro

Dopolavoro – sala_1 – sala_2
Dal retro del Palazzo è possibile vedere il Dopolavoro, dove i minatori alla fine di una dura giornata di lavoro, amavano andare per chiacchierare un po’ e rilassarsi. Nella facciata, a caratteri cubitali, la scritta: “Prima i doveri e poi i diritti” ecco perché da qualcuno venne definito simile ad un campo di concentramento.

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Le Discenderie

Foto imbocco discenderia
Dal 1700 fino alla seconda metà dell’Ottocento il raggiungimento della vena zolfifera avveniva scavando vie di accesso più o meno ripide verso il sottosuolo, le cosiddette “discenderie”. La discenderia poteva raggiungere pendenze anche del 50-60%. Per agevolare la risalita dei “carusi”, nelle parti più ripide, la discenderia era spesso costituita da gradini che avevano la pedata spezzata, così da ottenere due alzate nel medesimo spazio e superare, con minore sforzo possibile, un dislivello maggiore. Questo gradino era chiamato “ ’u scaluni ruttu” ovvero il gradino rotto. foto scalone rotto
Questi accorgimenti servivano non tanto ad agevolare il lavoro dei carusi nel trasporto del minerale, quanto nella ricerca di una maggiore produttività: un maggior numero di viaggi corrispondeva ad una maggiore quantità di minerale estratto.
Le discenderie erano quasi sempre costruite in coppie parallele e complanari collegate tra loro, con lo scopo principale di avere sempre una via di fuga in caso di incidenti e nello stesso tempo di favorire la circolazione dell’aria nel sottosuolo.
Filmato da min. 6 a min. 7

Foto cancello_1
In superficie la discenderia era munita di un cancello di ferro che veniva chiuso nei periodi di inattività, onde evitare che fossero guastate le opere o trafugati gli arnesi all’interno della stessa.
Lo zolfo veniva estratto dal sottosuolo utilizzando due metodi diversi di coltivazione: il sistema “per vuoti” ed il sistema “per ripieni”.
Nel primo caso, una volta raggiunto il livello del giacimento, si procedeva allo scavo delle gallerie orizzontali, la cui volta era sostenuta da pilastri di minerale, le cosiddette “colonne”, aventi uno spessore proporzionato al peso della roccia sovrastante e quindi capace di evitare i crolli. Tra un pilastro e l’altro si trovava il campo d’azione affidato al picconiere e ai carusi per “rapinare” il minerale. Quando la lavorazione si svolgeva a più piani, era necessario che le colonne di un livello corrispondessero esattamente a quello di un altro, che fossero cioé a “chiummu” (a piombo), mentre la loro sezione doveva essere gradualmente accresciuta nei livelli inferiori, poiché il peso sostenuto era tanto più grande quanto maggiore era la profondità.
Filmato documentario istituto luce min 4.00 a 4,50

Foto sotterraneo_1 _2
Nel sistema “per ripiena” noto anche con il nome “inchimentu” che è quello utilizzato in queste miniere di Floristella, si procedeva abbattendo il minerale esistente tra le gallerie parallele e complanari precedentemente scavate, sostituendolo con materiale scartato sul posto o all’occorrenza fatto pervenire dall’esterno, ottenendo così il consolidamento necessario a vincere la pressione delle rocce sovrastanti. Ci si preoccupava di eseguire le ripiene con grande diligenza, pressando fortemente il materiale senza lasciare alcun vuoto tra la volta della roccia sovrastante, poiché bisognava evitare ogni brusco movimento degli strati superiori. Il sistema per ripiena era il migliore per utilità, sicurezza, ed economia; esso dava infatti la possibilità di estrarre tutto il materiale che s’incontrava. Questo evitava i disastri che si verificavano nelle coltivazioni per vuoti e nello stesso tempo si risparmiavano le spese necessarie alla manutenzione e all’armamento delle gallerie.
All’interno del Parco sono state censite oltre cento discenderie delle quali solo due: la 92 e la 55 sono state riaperte e messe in sicurezza, ma non ancora rese accessibili ai visitatori.

Discenderia recup_1_2

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Maccalube

Filmato documentario min. 3,18 a min 3,58
Al centro di una vasta area demaniale in contrada Gallizzi, all’interno del Parco Minerario di Floristella Grottcalda, si manifesta un importante fenomeno di “vulcanismo freddo”; sono le cosiddette “Maccalube” dall’arabo “maqlub”, terra che si rivolta. Queste sono delle aree, prive di vegetazione, in cui serbatoi di gas (in genere Metano) e acque, salgono in superficie trascinando con se fango. Questi fenomeni possono essere minimali o, addirittura silenti, dove per diverso tempo non fanno registrare nessuna emissione per poi riapparire improvvisamente con l’aumentare della pressione gassosa. Le maccalube di Floristella sono da anni in condizioni di emissione minima, con diversi piccoli fiotti gassosi e alcuni rivoli di acque che sgorgano dal centro delle bocche o come chiamate in siciliano “Ucchiu” occhio, per la loro forma circolare. Le maccalube di Floristella sono state censite e pubblicate in diversi consessi internazionali quale geo-sito di notevole importanza.

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Le Cascatelle della Sorgente D’acqua Solfurea

Foto cascatelle – foto cascatelle_1
Ricche di zolfo sono le acque del “Floristella” . Il piccolo torrente è alimentato da una sorgente di acqua posta a monte del complesso zolfifero che dopo avere formato piccole cascatelle, suggestive dal punto di vista paesaggistico, scorre lungo un incisione nel terreno che lambisce tutti gli impianti delle miniere fino oltre i confini del parco.
Fonti documentali riportano che nel 1959 (20 sett.) a causa di un violente nubifragio, le acque del torrente strariparono e dopo avere invaso l’intero complesso zolfifero (oggi sono ancora visibili i segni dell’allagamento ) si riversarono all’interno della miniera attraverso il pozzo 1, provocando l’allagamento del 8°-9° e 10 livello, l’interramento di 14 forni GILL ed 8 calcheroni in fusione ed il loro conseguente spegnimento, provocando l’inevitabile perdita di lavoro di oltre 360 minatori

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La Gerarchia in Miniera


Il funzionamento di un’azienda zolfifera era molto complesso in ordine al personale che vi lavorava. Secondo il tipo di lavoro che svolgeva, si distingueva in personale lavorante, sorvegliante, tecnico e amministrativo.
I lavoranti erano coloro che avevano mansioni prettamente manuali, ai sorveglianti era affidata la vigilanza dei manufatti della miniera, i tecnici erano gli ingegneri, periti minerari e capimastri, e infine gli amministrativi che comprendevano i contabili e i direttori di miniera.
Fra i lavoranti, a sua volta si distinguevano le seguenti figure :

I Carusi.

carusi e stirraturi_1_2 – Foto Carusi – Foto Panotti
Erano giovani dagli 8 ai 14 anni, addetti al trasporto a spalla, sia in galleria che all’esterno, del materiale estratto. Per il trasporto i “carusi” utilizzavano un canestro, detto “stirraturi” che poteva contenere circa 15/20 Kg. di minerale. I loro turni sulle “calature”, le galleria di accesso in miniera, duravano almeno dieci ore. La giornata lavorativa era divisa in nove “tagliate”, o turni, ognuna delle quali doveva contare almeno cinquanta viaggi, all’incirca 450 viaggi al giorno (22-25 Km. al giorno). I carusi erano presi in affitto dalle famiglie meno ambienti, a queste il “partitante” o il “picconiere” dava una piccola somma di anticipo detta “soccorso morto”. Il caruso sarebbe stato liberato solo quando con il suo lavoro avrebbe scontato l’anticipo del soccorso morto. Moltissime volte la vera libertà del caruso veniva sancita dalla chiamata di leva.

Pirriaturi o Picconiere

Filmato Ugo saitta da min. 4,38 5,20 (picconiere e vagonaro)
Il picconiere rappresentava il fulcro della attività estrattiva, era colui che scavava a colpi di piccone la miniera, e quasi sempre era coadiuvato da un manovale, addetto alla insaccatura del minerale nei cosidetti “stirraturi”.
Vagunaru (Vagonaro)
Nelle maggiori miniere, soprattutto dalla fine del XIX secolo, le gallerie venivano scavate in orizzontale o su leggeri piani obliqui ed in esse venivano create delle vie a binario per l’uso di vagoncini. Questi erano gestiti appunto dal “vagunaru”, addetto al carico dei vagoncini che venivano spinti fino all’imboccatura dei pozzi e quindi portati in superficie.
Se serve integrare foto Vanonaro_1_2

Armaturi (Armatore)

armatore
Le gallerie realizzate venivano puntellate con armature in legno appositamente dimensionate e controllate periodicamente da addetti specializzati detti “armaturi”, a loro era affidata tutta la sicurezza dei minatori in sotterraneo.

Partitante

fotogramma Ugo saitta min. 6,55 fino a 7,50
Era colui che sovraintendeva al riempimento del forno di fusione. Inizialmente piccoli forni circolari dette “carcarelle” poste quasi sempre nelle immediate vicinanze delle discenderie, poi, a partire dalla metà del XIX secolo grandi forni circolari capaci di contenere sino a 200 metri cubi di materiale solfifero grezzo, detti “Calcheroni”, ed infine i “Forni Gill”, piccole celle interrate capaci di condividere il calore tra loro.
Capu mastru (Capo mastro)
Era il sovrintendente al lavoro dell’intera miniera, tale figura coincideva con il proprietario o il “gabelloto”, nelle miniera più importanti i capi mastri erano diretti da un perito o da un ingegnere minerario.
Inchituri
Era l’addetto al riempimento del forno ed alla copertura a cono dello stesso, in genere aiutato dai carusi, anche nella preparazione dei “Panotti” di zolfo cioè piccole forme ricavate dalle polveri di minerale impastato con acqua.

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Ardituri (Arditore)

Era la figura specializzata nel governo del forno, dall’accensione all’ apertura della bocca di fuoriuscita del fiotto di zolfo fuso detto “bocca della morte”. Gli arditori, provvedevano anche al riempimento delle forme, cosiddette “gavite” ed al loro raffreddamento con la produzione delle “balate” che accatastavano in apposite aree di stoccaggio, per poi essere trasportate nei luoghi di smercio o d’imbarco.
Scartaturi
Era l’addetto allo svuotamento dei forni ed al trasporto del materiale di risulta, infatti ad esaurimento del ciclo di fusione il calcherone andava svuotato ed i rosticci, trasportati in grandi discariche dette “ginisara” che ancora oggi, con il loro colore rosato, sono una caratteristica paesaggistica saliente dell’area mineraria di Floristella.
Se necessita integrare con foto ?

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I proprietari, i cottimisti e gli esercenti.

I bacini zolfiferi potevano appartenere ad un o a più proprietari, i quali praticavano direttamente l’industria estrattiva o concedevano ad altri l’esercizio della miniera dietro compenso in natura o in denaro.
Il proprietario, quando era solo a gestire la miniera, lo faceva in economia o dando i lavori a cottimo; nel primo caso egli ingaggiava direttamente gli operai occorrenti per le varie opere e provvedeva ai mezzi necessari per le varie fasi della lavorazione; nella seconda ipotesi dava agli altri appunto “i cottimisti” il compito di provvedere all’estrazione del minerale e talvolta anche alla fusione, corrispondendo il compenso stabilito per ogni quantitativo di zolfo consegnato. Generalmente questo pagamento avveniva per “metraggio” o per “cassiatu”.
Il “metraggio”, consisteva in un compenso per ogni metro cubo di materiale rimosso e si usava nei lavori di ricerca o nello scavo di pozzi e gallerie.
Il “cassiatu” era , invece, un compenso corrisposto per ogni cassa di zolfo estratto o per numero di “balate” di minerale fuso.
Se il proprietario concedeva l’esercizio della miniera ad un “esercente” o conduttore, nel contratto venivano distinti due periodi: la “cerca” (ricerca della vena) e la “scippata di lu surfaru” (estrazione dello zolfo). La “cerca” rappresentava, il rinvenimento del giacimento e le sue spese erano a carico totale del conduttore. Nel momento in cui si rinveniva lo zolfo, si stipulava il contratto, col quale il proprietario dava in gabella all’esercente la miniera per un periodo che andava di solito da sei a diciotto anni; la percentuale dovuta al proprietario che andava dal dieci al trenta per cento soleva convenirsi in zolfo fuso in “balate”.
Il proprietario si riservava il diritto di poter sorvegliare con personale proprio la lavorazione interna e quella esterna e faceva obbligo all’esercente di impiegare operai in numero adeguato alle esigenze dello sviluppo del bacino minerario. Regolava, inoltre, il metodo di fusione del minerale, vietando in modo assoluto lo spostamento di esso prima che si fosse fatta la regolare spartizione. Imponeva all’esercente di chiamare a sue spese personale tecnico di provata esperienza e di costruire a sue spese tutte le fabbriche e le vie necessarie e di fornirsi delle macchine occorrenti. Quando l’esercente non aveva i mezzi necessari per affrontare le spese, ricorreva all’appoggio economico di uno o più individui; appare così la figura di ” ’u sbursanti”, individuo che offriva il suo denaro ad un tasso di interesse che a volte poteva raggiungere il sessanta per cento; questi obbligava il conduttore, mediante contratto scritto, a servirsi dei suoi prestiti per un numero stabilito di anni, mentre si riservava il diritto, come il proprietario, di sorvegliare la produzione su cui manteneva delle ipoteche come garanzia del denaro sborsato.
L’esercente, se l’impresa andava male per le pesanti spese sostenute nell’eduzione delle acque o negli armamenti di terreni cedevoli, correva il rischio di perdere completamente i suoi capitali e spesso si riduceva in miseria, mentre il proprietario non perdeva altro che una parte del suo reddito. Fino al secolo scorso i contratti erano stipulati per una breve durata, cosicché il conduttore non sempre aveva la possibilità di rifarsi delle spese sostenute e capitava spesso che egli dovesse abbandonare la miniera per scadenza del contratto proprio nel momento in cui la produzione aveva preso il giusto ritmo.

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Filmati youtube

Parco minerario di Floristella Grottacalda

Parco minerario di Floristella Grottacalda
652 visualizzazioni • 28 mag 2020 • Ecco il video in cui vi mostro l’area del Parco Minerario Floristella Grottacalda, tra Valguarnera Caropepe e Piazza Armerina (EN).
Questo che vi mostro è tra i parchi minerari più grandi di tutto il mezzogiorno, che è stato attivo nell’estrazione dello zolfo dalla fine del ‘700 fino al 1986 🙂
Nel dettaglio vi mostro:

  • la storia della miniera (da 0:00 a 1:00);
  • i pozzi (da 1:01 a 2:13)
  • i calcaroni (da 2:14 a 2:58)
  • le maccalube (da 2:59 fino alla fine) 🙂
    Buona visione a tutti voi!

Escursione al Parco Minerario Floristella-Grottacalda

Il questo episodio mi trovo in provincia di Enna per esplorare un sito di archeologia industriale: il Parco Minerario Floristella Grottacalda.

Si tratta di un antico complesso minerario la cui attività è documentata della fine del 1700 al 1986, che adesso è diventato un particolare museo all’aria aperta, poiché passeggiando al suo interno si possono vedere dal vivo gallerie, apparecchiature e impianti utilizzati durante la ricchissima, ma al contempo tragicissima, epopea dell’estrazione dello zolfo.

Posizione: Provincia di Enna, Sicilia, Italia.


YouTube



Luogo Turistico a Valguarnera Caropepe, viaggio nel Parco Minerario Floristella Grottacalda

Tratto da Bella Sicilia


Italia: Grottacalda

Giornale Luce B1588 del 27/09/1939
Descrizione sequenze:impianti tra colline ; operai scaricano i carrelli colmi di materiale da un ascensore ; gli operai fanno scivolare i carrelli sui binari, scaricano il materiale in altri carrelli ; i carrelli avanzano su binari ; blocchi all’uscita di una galleria ; un operaio scarica un blocco da un contenitore ; la torre di un impianto ;


Parco Minerario Floristella Grottacalda (Enna)

Il Parco Minerario rappresenta uno dei più importanti siti di archeologia industriale esistenti nel Mezzogiorno d’Italia ed una delle più grandi, antiche e significative aree minerarie di zolfo della Sicilia. Può considerarsi un particolare museo all’aria aperta


Sito Ufficiale: http://www.enteparcofloristella.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1



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