
Indice
- Intro e Fonti
- La storia: dalle origini al “progetto Fichera”
- Le Cappelle Gentilizie costruite tra fine ‘800 e primi ‘900
- Un polo museale nel Cimitero di Catania
- Note
- L’Autore: note biografiche
- Google – Map: Cimitero Monumentale di Catania
Intro e Fonti

Cenni storici ed architettonici del “Cimitero Monumentale di Catania” a cura di Cettina Santagati.
Tratto da “L’azzurro del cielo”: un polo museale tra arte, architettura e natura nel Cimitero di Catania, Documenti DAU n. 31, Edizioni Caracol, Palermo, 2006, di Cettina Santagati.

La storia: dalle origini al “progetto Fichera”
Le vicende costruttive del cimitero di Catania hanno inizio nei primi anni dell’Ottocento, momento in cui nasce l’esigenza di allinearsi alle disposizioni legislative emanate nel Regno delle Due Sicilie (Regio Decreto del 11/03/1817) in ottemperanza al precedente Editto di Sain Cloud di Napoleone (1804), e si protraggono per più di 47 anni senza soluzione alcuna.
Nel 1819, il duca di Sammartino (intendente del Val di Catania) nell’ottica di dotare la città ottocentesca, cresciuta troppo in fretta, di tutte quelle attrezzature di cui è carente (villa pubblica, orto botanico, teatro, fontane, piazze, etc..) propone al consiglio provinciale la realizzazione di un cimitero affermando che “….la decenza, la religione, la salute pubblica esigono che siano inumati nei pubblici cimiteri li cadaveri, i quali ora sono collocati nelle tombe aperte a canto delle nostre abitazioni”1
Alle disposizioni governative del 1817, il segue il Decreto Reale del 12 dicembre 1828 nel quale viene fissato il termine del 1 gennaio 1831 per l’ultimazione dei campisanti nel Regno. Vengono inoltre dettate le norme per il tipo di sepoltura e viene permesso alle congreghe ed alle famiglie di acquistare dal Comune una porzione di terreno (in concessione perpetua) con l’obbligo di assumersi la spesa della cappella o di altro monumento sepolcrale, che vi si voglia erigere.
Nel 1835 viene individuato un terreno nella zona della Plaja di Catania, l’ingegnere comunale Sebastiano Ittar riceve l’incarico di redigere un preventivo dei costi per la costruzione del Camposanto. I decessi dovuti all’epidemia di colera del 1837 e l’impellente necessità di inumare le salme portano alla decisione di iniziare i lavori di costruzione.
Il sito della Plaja non viene ritenuto idoneo alla costruzione del cimitero in quanto non conforme ai requisiti richiesti dai decreti e dai regolamenti vigenti. Se ne prendono in considerazione altri (Asmundo, Curia, S. Chiara, Cappuccini Vecchi, Novalucello e Minoriti) ma non si perviene ad una scelta definitiva, tanto che nel 1854, a seguito di un’ulteriore epidemia di colera, i cadaveri vengono ancora sotterrati nel cimitero della Plaja, sebbene già dismesso.
Nel marzo del 1856 la scelta cade su di un terreno comunale (fondo del Crocifisso) reputato adatto sia a livello tecnico che economico. Il progetto viene affidato all’ing comunale Eligio Sciuto che riceve delle precise indicazioni progettuali: realizzare una forma “mista a giardinaggio e monumentale”[2]. Il progetto dello Sciuto non viene portato a termine a causa degli eventi politici susseguitesi dal 1859 al 1860, disfatta della monarchia borbonica e costituzione del Regno d’Italia, che segnano un punto importante di svolta.
Di fatto, a seguito dell’emanazione delle Leggi Siccardi del 1866/67, che aboliscono le corporazioni religiose e ne confiscano i relativi beni, si rende disponibile la tenuta di Santa Chiara, un vigneto di proprietà delle monache dello stesso Ordine, che per le sue caratteristiche, la sua posizione e la sua morfologia era stato da sempre ritenuto il più adatto per accogliere il cimitero della città. Il terreno, di forma pressoché triangolare con uno dei lati a contatto con un’importante arteria viaria, la strada provinciale per Siracusa, si trova in contrada Acquicella a sud della città, a circa un chilometro di distanza dal centro abitato ed in posizione favorevole rispetto ai venti dominanti, soddisfacendo così le condizioni della legge sulla sanità pubblica del 20 marzo 1865 e del successivo regolamento dell’8 giugno 1865 [3].
Se da un lato le impellenze legislative impongono la tempestiva apertura e messa in funzione dell’impianto (aperto nel 1866 approntando una recinzione provvisoria in legno) nonché la redazione del progetto “artistico”, affidata all’ingegnere comunale Ignazio Landolina, dall’altro la città si interroga sul progetto del cimitero, sulla soluzione da adottare, sul progettista da chiamare.
Il progetto del Landolina, pur essendo stato inviato a Firenze per essere sottoposto all’autorevole parere del prof. Mariano Falcini (autore della trasformazione della fortezza di San Miniato al Monte in cimitero della città) e da questi revisionato, viene realizzato solo in parte (muri di cinta, ingressi (principale e secondario), movimenti di terra per realizzare i campi di inumazione) e, dopo qualche anno, definitivamente accantonato.
Il cimitero viene considerato una necessità simbolica per la città e l’attenzione viene rivolta verso i più rinomati specialisti in campo nazionale.
Tra questi la scelta ricade su due figure professionali altamente qualificate: il prof Mariano Falcini ed il messinese Leone Savoja (progettista in quegli stessi anni dello scenografico Camposanto Monumentale di Messina) che, con delibera del 15 ottobre 1871, riceve ufficialmente l’incarico di “ingegnere specialista per la sistemazione del Camposanto” [4].
Il Savoja modella la collina di Santa Chiara, spianando la parte sommitale destinata ad accogliere il grandioso pantheon a pianta quadrata su cui si annettono le ali della galleria porticata e parte dei campi di inumazione .

Prevede inoltre una zona con alberatura a boschetto in cui verranno realizzate le sepolture di famiglia, cappelle, etc.
Nonostante le grandi aspettative per un grandioso ed importante cimitero che dia “decoro e lustro alla città” [5], i sopravvenuti problemi tecnici dovuti alla consistenza del terreno fondale ed economici (ingente costo), scoraggiano l’amministrazione comunale impegnata, al contempo, nella costruzione di altre importanti opere pubbliche. Nel 1879 viene affidato l’incarico all’Ufficio Tecnico Comunale, nella persona dell’ingegnere Filadelfo Fichera.
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Prevede inoltre una zona con alberatura a boschetto in cui verranno realizzate le sepolture di famiglia, cappelle, etc.
Nonostante le grandi aspettative per un grandioso ed importante cimitero che dia “decoro e lustro alla città” [5], i sopravvenuti problemi tecnici dovuti alla consistenza del terreno fondale ed economici (ingente costo), scoraggiano l’amministrazione comunale impegnata, al contempo, nella costruzione di altre importanti opere pubbliche. Nel 1879 viene affidato l’incarico all’Ufficio Tecnico Comunale, nella persona dell’ingegnere Filadelfo Fichera.
Questi, uno dei massimi esperti in campo nazionale in materia di igiene e salute pubblica, nonché progettista molto attivo nella Catania ottocentesca, pur mantenendo quanto già realizzato dal progetto Savoja (parte della spianata sommitale) rifiuta la soluzione mista (monumentale e a giardino) in quanto poco consona alla naturale conformazione del terreno e alla morfologia della collina, affermando viceversa che “… la collina di Santa Chiara si debba trasformare il meno possibile per destinarla a cimitero..”[6], ed è su questo punto cardine che egli sviluppa il progetto.
Interpretando il genius loci della zona collinare, il Fichera, infatti, propone una sistemazione a giardino con un sistema di viali alberati che dagli ingressi esistenti (principale e secondario), seguendo l’orografia del terreno, costeggiano la collina convergendo nella spianata pianeggiante in cui si trovano i servizi (osservatorio necroscopico, chiesa e presbiterio) ed il campo di inumazione adulti, suddiviso in campi quadrangolari da una maglia regolare di stradelle ortogonali.
Il campo di inumazione bambini è invece previsto nel versante settentrionale della collina ed è “disposto tutto a ripiani sia nel senso longitudinale che nel trasversale, atteso le risentite pendenze del terreno […] e tutte le differenze di altezza sono raccordate con gradini”[7].
Nell’insieme, “le linee diritte e gli angoli retti del campo di inumazione in mezzo a forme di giardinaggio irregolare servano a dare una certa varietà elegante allo insieme della pianta ed a denotare il suolo piano ed il suolo montuoso”[8].
Le sepolture delle famiglie gentilizie previste in cappelle funerarie che rappresentano i “monumenti più importanti del cimitero”[9], poste lungo i grandi viali che serpiginosi lambiscono l’intera area esterna della collina, nel loro susseguirsi, determinano l’intelaiatura del terreno definita dalla forma pressoché quadrangolare degli edifici, dai volumi assemblati in armonia, dalle piccole recinzioni e decori scultorei posti all’intorno e dai filari di cipressi che ne punteggiano il percorso.
Incastonandosi nell’orografia come piccoli oggetti d’arte la cui materia diventa simbolo, ricchezza, bellezza, le cappelle connotano di identità costitutiva il luogo sacro, di specificità di appartenenza, di memoria e radicamento, dando pregio ambientale al paesaggio.
I diversi viali (S. Agata, San Giuseppe, San Michele, S.S. Angeli, etc.), strutturati come percorsi immersi nella rigogliosa vegetazione mediterranea e ritmati dalla teoria di micro-architetture che rappresentano le istanze culturali di fine ottocento e si sviluppano nell’epoca di ascesa borghese della società imprenditoriale di Catania.
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Le Cappelle Gentilizie costruite tra fine ‘800 e primi ‘900
Oltrepassato l’ingresso principale – costituito da un corpo di fabbrica in stile neoclassico a tre fornici chiusi da cancelli (per antonomasia ormai definito dai catanesi “I tre cancelli”) – nonostante la denunciata simmetria determinata dalla posizione assiale della scalinata e ribadita dalle due cappelle neoclassiche alquanto simili delle Famiglie Sapienza e Strano, poste ai lati, basta immettersi in uno dei viali che da qui si dipartono per rendersi conto dell'”apparente” casualità dei percorsi che immersi nel verde del “giardino romantico” invitano al moto
.
Di fatto non esiste un’asse di simmetria alla base della composizione, bensì un sistema gerarchico di percorsi costituito dai sinuosi viali delineati da verde arboreo, vegetazione sparsa e dalle piccole architetture. Micro edifici, significativi di memorie e di simbologie tra sacro, pagano e profano che fungono da supporto paesaggistico e che, ispirandosi a motivi orientali, normanni e arabi, ed in seguito a motivi floreali interpretati secondo stilemi locali, costruiscono una eloquente e seduttiva immagine ambientale dai caratteri propri.
Come riferisce l’ingegnere Ercole Fischetti in uno scritto del 1933, “… lussuose edicole e cappelle private nelle quali gli architetti catanesi sfoggiano tutti gli stili architettonici dal Caldeo-Assiro, al Gotico, dal Greco-Romano al Normanno, dall’egizio al Fiammeggiante, e ben presto il cimitero si popola di cupole, di cuspidi, di guglie, e nelle aiuole biancheggiano le tombe marmoree, innumerevoli, ombreggiate da salici e cipressi”[10]. Architetture funerarie, immagini in miniatura non già della città reale quanto di quella vagheggiata e sognata da un popolo del sud che vede nel luogo dell'”ultima dimora” il simbolo dell’estremo riscatto, il luogo ideale dei nuovi desideri.
E’ la città dei morti, specchio della città dei vivi, che accoglie i sogni, le aspirazioni, la vanitas della borghesia benestante e di quella “colta” dei professionisti, professori universitari e imprenditori di inizio XX secolo che, per desiderio di individualismo, in morte così come in vita, vuole emergere dalla memoria collettiva edificando un monumento “eterno” (sia esso tomba, cappella o stele funeraria), commemorativo del proprio operato e delle proprie virtù.
Una sorta di città virtuale si snoda lungo i viali, capace di replicare i gusti e le fantasie della borghesia arricchita che non bada a spese pur di autocelebrarsi, chiamando il progettista più in auge del momento.
Sarà compito dell’architetto-artista, di fatto, interpretare la volontà della committenza e realizzare un’architettura funeraria in grado di esprimere, comunicare ed evocare, attraverso le sue caratteristiche morfologiche, tipologiche e decorative, valori simbolici di rappresentatività che quelli di fede e di credenze religiose, conferendo al singolo monumento un carattere specifico di “espressione individuale”, come affermava Cèsar Daly nel 1871: “…il monumento funerario è pur sempre l’espressione architettonica di ciò che fu quella tale persona; è in qualche modo, il ritratto, più o meno simbolico e più o meno idealizzato, del suo carattere e delle sue azioni, del suo pensiero e della sua fede”[11].
Figura emblematica di tale filosofia è quella dell’architetto milanese Carlo Sada (1849-1924), uno dei progettisti più attivi a Catania già dalla fine del XIX secolo che, conformandosi alle richieste della variegata committenza di nobili e nuova borghesia si sa destreggiare con fervida capacità ideativa, realizzando di volta in volta monumenti funerari “individuali” e “personalizzati” che ne rispecchiano il carattere, il loro gusto e livello culturale.
Esempio tipico l’edicola funeraria per il Barone Sisto-Alessi, un raffinato tempietto neoclassico ipogeo di notevole valenza estetica la cui armonia ed eleganza della forma architettonica è espressione tangibile dello status nobiliare della famiglia. Ad esso in opposizione contrastante la cappella Tomaselli, imponente e maestoso mausoleo espressione del potere e del prestigio acquisito dal proprietario, professore universitario, o la cappella della famiglia Spampinato, un singolare ed originale pastiches architettonico autocelebrativo che testimonia ancora una volta la ‘versatilità’ progettuale del Sada a saper fronteggiare ogni richiesta .









Sul finire del XIX secolo e nei primi anni del XX secolo, agli stilemi dell’eclettismo si sostituisce il linguaggio del Modernismo, espressione di un nuovo sentire, di una rinnovata società progressista ed industriale. I progettisti catanesi più colti e tra questi Francesco Fichera (1881-1950), recependo l’evolversi della cultura architettonica dei tempi, affrontano il tema della cappella funeraria come ricerca dell’essenzialità della forma architettonica, utilizzando volumi puri, squadrati, carichi di simbolo e potere evocativo; le suggestioni della pietas cristiana sono enfatizzate dalla morbidezza delle linee decorative del liberty floreale a cui si unisce la delicatezza espressiva della scultura; e negli anni ’20/’30 dalla geometrica astrazione dello stile déco.
Del Fichera si ritrovano le cappelle della Famiglia Patanè e della Famiglia Fortuna, esponenti della fiorente classe industriale catanese di inizio secolo che, pur intervallate da altri sepolcri ed edifici funebri di minore “rigore e bellezza”, determinano nel loro insieme significativi brani di architettura moderna locale di qualità, meritevole di attenzione per forma, figuratività e decorazione scultorea. La cappella Fortuna si distingue per le sue forme pure, tipiche della raffinata e astratta razionalità dello stile déco, che nella loro essenzialità interpretano in maniera semplice, solenne ed austera i significati religiosi che un monumento funerario è portato ad esprimere. La cappella Patanè si presenta come un mausoleo imponente il cui sky-line, eco di archetipi formali degli edifici sacri delle religioni pagane rivisitati in chiave déco, stagliandosi nettamente sull’azzurro del cielo è denso di significati simbolici. Interessante è anche la cappella della Famiglia Fichera in cui alla volumetria fatta da assemblaggi geometrici, anticipatrice dello stile déco, si contrappone la magniloquenza dell’apparato decorativo, dato dal “fuori scala” della scultura dei due angeli scolpiti da Salvatore Juvara
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Un polo museale nel Cimitero di Catania
Il cimitero di Catania, nella sua parte storica e lungo i percorsi alberati che si snodano aderenti all’orografia del terreno, si presenta quindi come un vero e proprio museo all’aria aperta che custodisce opere d’arte e di architettura, tracce della cultura locale e materiale di artisti, progettisti e capomastri “colti”. Con la loro capacità artistica figurativa ed esperienza progettuale essi hanno partecipato alla configurazione estetica, formale, sacrale dell’insieme, traducendo in volumi, colori, spazialità il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, nei dettami della cultura siciliana e secondo i “modi di sentire” dei catanesi che basano il culto dei morti sulla continuità degli affetti e sul “dialogo” con chi è in vita; sul “ricordo dell’esser presente” e di amore continuo, non di “memoria” di ciò che è stato.
Nel suo insieme di luogo sacro, di memoria storica sedimentata, di architettura, arte e natura il cimitero di Catania rappresenta non solo il patrimonio di civiltà di un popolo, ma un patrimonio culturale di valore “immateriale” necessario alla crescita e al progresso dell’uomo, con valenza di “risorsa strategica” in grado di catalizzare potenzialità di sviluppo sostenibile. Proponendolo ad es.: in un sistema di iniziative culturali e turistiche propositive dei temi che riguardano lo sviluppo, in senso ampio, della città; in eventi, mostre, seminari che coinvolgono personalità accademiche e professionali; istituendo percorsi didattici e di studio; inserendo il cimitero in un sistema di siti in rete o di distretti territoriali e di parchi da visitare anche virtualmente, navigando, contribuendo così a proiettare Catania in un circuito culturale di interesse internazionale.
Superando la “ritrosia” verso questi luoghi, visitare un cimitero non è un “viaggio nella morte” ma un percorso di conoscenza che è parte dell’identificazione della città, un percorso di memorie e di meditazione che investe la sfera delle emozioni, di riflessione nella dimensione vitale dello spirito, del significato della vita e dell’Oltre. Valenze umane e di spiritualità cristiana che, nell’odierna civiltà, vanno sempre più scomparendo verso la predilezione degli aspetti materiali e il rifiuto all’idea della morte e dei cimiteri.
E’ la volontà di un nuovo modo più sensibile e maturo di fare cultura a cielo aperto in un luogo di quiete e di meditazione ove naturale e artificiale costruito dall’uomo si integrano; in cui il coniugare storia e valorizzazione diventa l’elemento su cui basare lo sviluppo.
E’ un modo di “riutilizzo” di un sito sacro, di un luogo-simbolo di trascendenza interiore in cui l’uomo ritrova il senso della sua esistenza terrena nel rapporto con la Divinità cristiana, che risignificato secondo i nuovi bisogni culturali della società e reintegrato alle esigenze della città contemporanea produce “ricchezza”.
Si innesca così un processo virtuoso che, agendo sulla manutenzione e sulla conservazione dei beni e dell’ambiente, dà competitività alla città secondo nuovi scenari fondati sulla gestione creativa del patrimonio architettonico e sulla matrice culturale, che inoltre offre rinnovati campi di opportunità di lavoro e di sviluppo economico per Catania.
Note
[1] Rapporto sopra lo stato dell’amministrazione del valle di Catania, Catania, Dalla Tipografia della università degli studi, 1819 p.36
[2] E. SCIUTO, Cenno storico-artistico dei cimiteri e illustrazione di un progetto del camposanto della città di Catania, Catania, Tipografia di G. Pastore, 1881
[3] “Lettera del Sindaco di Catania del 22 luglio 1868”, Archivio di Stato di Catania, Fondo Prefettura, Serie I, Inv. 10, b 238.
[4] “Deliberazione del Consiglio Comunale del 15 ottobre 1871” n. 44, Archivio di Stato di Catania, Id.
[5] “Deliberazione del Consiglio Comunale del 10 maggio 1871”, Archivio di Stato di Catania, Id.
[6] F. FICHERA, “Relazione sul Progetto di cimitero a giardinaggio per la Città di Catania”, 1879. pag 6
[7] F. FICHERA, “Relazione sul Progetto… cit, 1879. pag 7
[8] F. FICHERA, “Relazione sul Progetto… cit, 1879. pag 8
[9] “Guida letteraria, scientifica, artistica, amministrativa e commerciale di Catania”, Giannotta Ed., Catania, 1883 pag 186
[10] E. FISCHETTI, “Ottocento catanese: l’edilzia e l’urbanistica”, in “Catania, Rivista del comune”, n. 4 Luglio – Agosto 1933.
[11] C. DALY, “Architecture funèrarie contemporaine”, 1871.
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L’Autore: note biografiche
![Cettina SANTAGATI - Professoressa associata di DISEGNO [CEAR-10/A ]](https://www.dellaria.org/wp-content/uploads/2025/11/cettina-santagati.jpg)
Cettina Santagati
Laureata in Ingegneria Edile nel 1997 presso l’Università degli Studi di Catania, dal 1999 collabora alle attività di ricerca nel settore del Rilievo e della Rappresentazione del patrimonio architettonico e dell’ambiente presso la cattedra di Disegno della Facoltà di Ingegneria, titolare prof. F. Restuccia, e presso il Laboratorio di Fotogrammetria Architettonica e Rilievo del D.A.U., responsabile prof. L. Andreozzi, con applicazione delle tecnologie più innovative di rilevamento strumentale e fotogrammetrico.
Nel 2003 consegue il titolo di Dottore di Ricerca in “Disegno e Rilievo del Patrimonio Edilizio” (XV ciclo) presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
E’ professore a contratto presso l’Università degli Studi di Catania dei corsi di Disegno Automatico (corso di Laurea in Ingegneria del Recupero Edilizio ed Ambientale) e Laboratorio di Rappresentazione (corso di Laurea in Tecnologie Applicate al Restauro e alla Conservazione dei B.B. C.C.).
Partecipa attivamente a diversi progetti di ricerca presentando numerose memorie a Convegni nazionali ed internazionali e pubblicando articoli inerenti le tematiche dell’area disciplinare del Disegno e del Rilievo.
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Google – Map: Cimitero Monumentale di Catania
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- Questa è la Nota 1 ↩︎
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